Cent’anni di solitudine… Sei mesi di noia!

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Lo so, il mio punto di vista sarà sicuramente controcorrente e molto criticato. Ciò nonostante, ritengo che ognuno debba essere libero di esprimere le proprie opinioni e i propri gusti, anche se in controtendenza e non omologati a quelli degli altri. Di norma leggo un libro in pochi giorni o, quando proprio non ho tempo, nel giro di un mese. Ebbene, per leggere questo libro ho impiegato la bellezza di sei mesi! Proprio non andava giù! Eppure ero curiosa di comprendere il perché del suo successo e come mai piacesse tanto a così tante persone che stimo profondamente. Così sono giunta fino alla fine…

Il libro narra l’epopea visionaria della famiglia Buendia, nell’arco di tempo di un centinaio di anni, e del paese immaginario fondato dal suo capostipite José Arcadio: Macondo. È una storia palesemente e volutamente esagerata, in cui prevalgono gli incesti e le passioni istintive, quasi animali, dei suoi protagonisti, che continuano a ripetere di generazione in generazione gli stessi errori, avvolti in una spirale di corsi e ricorsi, destinati ad un ineluttabile destino di profonda solitudine. Francamente, l’ho trovato morboso, angosciante ed eccessivamente centrato sul tema della morte e del perché nasciamo, viviamo e moriamo. Non lo sappiamo e, chiaramente, non lo sapremo mai. Ho pensato, dunque, che fosse inutile sottolineare questa ovvietà come fa Màrquez nel suo libro. Sembra che i suoi personaggi non abbiano la più pallida idea di ciò che fanno e del perché lo fanno, sono dei fantocci, banderuole al vento del destino. L’effetto è palesemente voluto e cercato dall’autore, per sottolineare la inevitabilità del fato che aspetta ognuno di noi. Forse è proprio il tentativo di esorcizzare le paure più profonde, quasi in maniera ossessiva, che la storia genera nei lettori, la caratteristica che tanto affascina chi legge questo libro. Per quanto mi riguarda, l’ho trovato fantasioso, cerebrale e, onestamente… noioso!


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La buona letteratura fantasy è anche italiana!

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È vero, non sono un critico letterario. Ciò nonostante sono una grande lettrice. In passato avevo una particolare predilezione per il fantasy che non si è mai del tutto sopita. È quindi da lettrice che vi parlo.

Ho letto decine di libri appartenenti a questo genere e mai, prima d’ora, mi ero imbattuta in un autore italiano.

Nell’agosto del 2013 ho partecipato, insieme alle mie figlie – che all’epoca non avevano ancora compiuto 6 anni – alla prima edizione del Sif (Salerno in fantasy). Si tratta di una simpatica manifestazione dedicata agli appassionati del mondo fantasy: vi si svolgono rappresentazioni, convegni a tema, giochi, tornei ecc. Vi sono anche dei piccoli stand che ospitano disegnatori, scrittori, costumisti e truccatori o dedicati alla vendita di oggetti vari. Girovagando e curiosando tra gli stand, io e le mie figlie ci siamo imbattute in quello che ospitava un simpatico scrittore che presentava il suo libro – “Darkwing, La Spada dai Sette Occhi” – e all’interno del quale faceva bella mostra di sé un enorme spadone grigio (di plastica, vabbè, ma non sottilizziamo… ) che fece la gioia delle mie principesse guerriere. Restammo lì a giocare un po’, brandendo la spada e facendo foto in pose plastiche, ed infine acquistai il libro, nella convinzione che i giovani autori italiani vadano comunque aiutati e vada data loro una chance per farsi conoscere.  In quell’occasione, in verità, ci facemmo conoscere noi, ridendo e scherzando come nostra abitudine, tanto da guadagnarci una simpatica dedica dell’autore!

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Da quel giorno, però, presa da altre cose, impegni e letture, non avevo ancora avuto modo di leggere il libro e solo durante le vacanze di Natale appena trascorse ho deciso di riprendere questo genere di lettura. Con grande gioia, mi sono ritrovata immersa in una storia fresca, scritta con leggerezza, in cui si percepisce costantemente il senso di meraviglia del protagonista, quasi ingenuo e per niente eroico, sebbene eroe sia davvero. A differenza dei protagonisti di tante storie, perennemente angosciati e schiacciati dalla responsabilità di essere buoni per forza, quest’uomo che si è dato anche un nome ridicolo – Duckwing, “ala di papero”, a differenza del Darkwing, “ala oscura” – appare quasi incosciente e scanzonato, nella sua grande bontà d’animo non costruita ma spontanea. Si prende poco sul serio, quasi sottovalutando le proprie potenzialità e non sentendosi al centro del destino dell’universo (o degli universi, in questo caso…). Il tutto rende la lettura gradevole, non opprimente. Antieroe per eccellenza ma assolutamente eroico nel suo essere semplice! Forse questo, vivaddio, tradisce la sua italianità…

Bene, messer Davide Cencini, non vedo l’ora di recarmi in libreria per avere il secondo libro e leggere il seguito della storia!