Risotto con baccalà, peperoni e zucca

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Oggi vi propongo un’invenzione fresca fresca, ideata e preparata proprio ieri. Si è rivelata un successo! Avevo ospiti a pranzo e mi sono voluta sbizzarrire…

Ho rosolato il battuto di cipolla nell’olio extravergine d’oliva mentre a parte preparavo il brodo vegetale (rigorosamente senza dado). Quando le cipolle si sono appassite, ho aggiunto la zucca in dadi e, dopo un poco, i peperoni gialli a striscioline ed il baccalà a pezzi, privato di pelle e spine. Una volta rosolati, dopo che l’acqua di cottura si è asciugata, ci ho aggiunto il riso basmati, che è un po’ delicato e non deve cuocere tanto ma che trovo delizioso; l’ho fatto rosolare un po’ e poi ho sfumato col vino bianco. Una volta evaporato il vino, ho lasciato cuocere aggiungendo un poco alla volta il brodo. A cottura quasi ultimata, ho mantecato con una noce di burro e una spruzzata di parmigiano e, spenta la fiamma, ho aggiunto basilico fresco e servito in tavola.

Assolutamente da rifare, garantito!!! 🍽️

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Arabafelicissima: perché?

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Recentemente mi è stato chiesto il perché del nome del mio blog. Ora ve lo spiego.

Nella vita di ognuno di noi capita di incorrere in traversie ma non tutti ne usciamo allo stesso modo. C’è chi non riesce più ad uscirne, chi ne viene fuori con le ossa rotte, chi cerca sempre di stare a galla e barcamenarsi, chi non ha il coraggio di fare scelte difficili ma necessarie, chi osa (talvolta va bene, tal altra male ma almeno non resta immobile), chi cambia la propria vita. Io sono stata per molto, troppo tempo immobile, bloccata, senza riuscire a prendere decisioni che potessero dare una svolta alla mia vita, in un modo o nell’altro, spaventata da ciò che poteva accadere. Ho lasciato che mi terrorizzassero. Fino a che… Ho detto basta! Ho dato un taglio netto col passato (non senza difficoltà e dolore o ripensamenti), e la mia vita è migliorata. Non perché guai non ce ne siano più (quelli purtroppo non mancano mai) ma per la semplice ragione che per la prima volta ho preso decisioni mie e solo mie, contro tutto e contro tutti, cercando di seguire finalmente i miei bisogni e, di conseguenza, quelli delle mie figlie (non esistono figli felici con madri frustrate e insoddisfatte). Sono diventata il comandante del mio vascello, la mia vita, e navigo sicura e decisa in acque talvolta calme, altre volte in tempesta, facendo attenzione e riflettendo ma senza più tentennamenti o timori inutili.

E mi sono resa conto di essere rinata dalle mie ceneri, come la mitologica araba fenice ed essere, finalmente, felice. Anzi, di più: felicissima!!! 😊

Neutralità: sinonimo di indifferenza

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Trovo che la frase attribuita ad Einstein sia la sintesi perfetta di ciò che intendo dire.

Stamattina mi sono svegliata così, con questi pensieri, domandandomi come possano le persone cosiddette “perbene” lasciare che tutto accada, nella loro completa indifferenza. Poi mi sono accorta che, in fin dei conti, anch’io ero così fino a non molto tempo fa, fino a quando cioè non ho sperimentato la crudeltà sulla mia persona e sulle mie figlie, nell’indifferenza generale: non solo dei cosiddetti amici ma, addirittura, della mia famiglia. Tutti presi nel dire: <<Vabbé ma sono cose vostre, noi non c’entriamo, siamo amici di tutti, una cosa non c’entra con l’altra… >>. Tutti concentrati nel cercare di sembrare super partes e buoni ad ogni costo, civili laddove civiltà non ve n’è, tutti gran signori. Ma allora la domanda è: cosa vuol dire essere persone di sani principi, persone serie e corrette? Accettare le peggiori aberrazioni degli “amici” nei confronti di altri (tanto a loro non tocca) e addirittura compatirli per le follie se non appoggiarle, dimostrando così la loro amicizia? Conosco questo modo di pensare, per tanti anni è stato anche il mio: <<In fin dei conti non è cattivo/a, sta solo passando un brutto momento. Passerà! Intanto io resto vicino: non sia mai detto che non sono una vera amica, che abbandono nel momento del bisogno chi ha sbagliato>> e, così facendo, ho giustificato i soprusi sui più deboli. Ma quando sono diventata così? A 15 anni ero Don Chisciotte, mi ergevo a paladino dei deboli, fregandomene del politicamente corretto per combattere contro le ingiustizie. Poi, un poco alla volta, mi sono persa, mi sono adeguata alla mentalità della massa civilmente ipocrita che mi circondava, che mi diceva <<Chi te lo fa fare? Tanto tu combatti e nessuno ti segue. Tutti che ti dicono di andare avanti tu per prima per poi lasciarti sola. Non è meglio farsi i fatti propri e campare tranquilli? Avere buoni rapporti con tutti ed un sorriso (ipocrita) davanti a tutti e tutto. Questa è l’amicizia, il vivere civile, il compromesso>>. E mi sono persa… Per poi riaprire gli occhi, gradualmente, dopo trent’anni, dopo aver deciso di fregarmene di chi fa battutine e sorrisini di condiscendenza alle mie spalle senza accorgersi che non è degno di camminare a testa alta. Io mi sono ripresa lentamente quella dignità, e non sono più disposta a barattarla con la “neutralità”, ho scoperto che posso smettere di voler bene alle persone che non sono quelle che credevo. E allontanarle dalla mia vita. Ho selezionato o trovato amici veri, sempre vicini e mai ipocriti, a prescindere dalla “convenienza”, pronti anche a dirmi all’occorrenza che sbaglio. Ma anche pronti a difendermi a spada tratta. E così faccio io con loro. Senza inutili paranoie.

Ma poi, cosa vuol dire neutralità? Siamo davvero sicuri che sia una cosa buona, una cosa lodevole? O è solo codardia ed indifferenza? Ad esempio: se un’amica percuotesse quotidianamente i figli, in maniera brutale, sarebbe giusto provare solo garbatamente a parlargliene e, non vedendo alcun cambiamento, fingere di niente e continuare a considerarla amica? Magari dicendo che, a parte questo difetto, è una brava ragazza e le si vuol bene? Ma allora quali sono le cattive persone? Come si fa ad accettare una cosa del genere e continuare a considerare quella persona degna della propria amicizia? Come si può dimenticare il benessere di quei bambini, seviziati nell’indifferenza generale, anche di chi dice di amarli? Oppure: quante coppie si separano? C’è chi lo fa in maniera più o meno civile (pochi, purtroppo) e chi inizia a tormentare in maniera evidente e persistente ex coniuge e figli, privatamente e pubblicamente, per punirli, creando loro seri problemi, psicologici e perfino fisici. Cosa fanno gli amici e, spesso, anche i parenti? Ne restano fuori, sono cose che non li riguardano: <<In fin dei conti sono fatti vostri, noi siamo amici di entrambi, non ci riguarda>> e, intanto, gradualmente, allontanano la parte vessata, debole (dando di quando in quando il finto contentino di una telefonata per mostrare la propria buona fede sempre e comunque, perché loro sono “buoni”, sono “amici”) per non diventare anche loro bersaglio del prepotente di turno o per non sembrare incivili. Non sia mai detto! Come si può continuare a frequentare persone prive di qualsiasi senso morale? A mio avviso, vuol dire non avere dignità! Qual è il confine tra discrezione e indifferenza? E così si continua a giustificare e perpetrare quest’ultima.

Ma lo stesso discorso si può fare per gli Stati neutrali. Non combattono, non entrano mai in guerra, si fanno i fatti loro e prosperano mentre gli altri si scannano. Di fronte a repressioni sanguinarie, dittature, popolazioni intere che soffrono non intervengono, si voltano semplicemente dall’altra parte e non guardano, fingendo che non accada mai nulla. E si sentono migliori, superiori solo perché non fanno la guerra a nessuno, non si sporcano le mani? Talvolta è solo con la guerra e le rivoluzioni che si possono ottenere la pace ed i diritti umani, combattendo per ciò in cui si crede, per schierarsi dalla parte dei più deboli e indifesi.

(Purché, ovviamente, pace e diritti della persona non siano utilizzati come scusa per coprire fini ed interessi reconditi delle azioni belliche…)

Gli strani scherzi della mente

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Molto spesso il funzionamento della nostra psiche sfugge alla comprensione di chi non è un addetto ai lavori. Ho perso mia sorella diciotto anni fa e mia madre due anni fa. Superfluo spiegare l’amore che provavo per loro e la sofferenza che la loro morte ha causato. Ciò che, invece, mi incuriosisce è la dimensione onirica legata a questi eventi. Sogno mia madre con incredibile frequenza. Nei miei sogni lei vive una normale quotidianità, come se mai nulla fosse accaduto, ed io parlo con lei e condividiamo esperienze e pensieri e risate ed allegria; oppure, più di rado, sono io che vivo la mia quotidianità con la consapevolezza della sua morte. Ciò che mi sorprende, invece, è il modo in cui, da sempre, mi capita di sognare mia sorella: semplicemente lei torna da lontano, come se fosse solo partita volontariamente, sparita per qualche ragione facendo credere a tutti di essere morta. Poi decide di tornare, riprendere a vivere normalmente e serenamente, stare con noi, con me. Così io recupero mia sorella ed il nostro rapporto, con la gioia di chi ha ritrovato una persona cara dopo tanti anni e la consapevolezza che non andrà più via.

Non posso fare a meno di domandarmi il perché, le rare volte che sogno mia sorella, vivo l’esperienza del ritrovamento mentre quando sogno mia madre, lei semplicemente c’è oppure no. Ci sarà un significato recondito, in questo?

Sono tornata… Ovvero: io speriamo che me la cavo

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Finalmente, dopo tanti mesi, ho deciso di tornare a scrivere… Poiché scrivo su questo blog esclusivamente per hobby, la frequenza dei miei articoli segue il mio umore, la mia voglia di scrivere ed il tempo che ho a disposizione. Dopo tutto, se così non fosse sarebbe un lavoro, piuttosto che un hobby! 😜

Oggi ho voglia di scrivervi della mia bellissima esperienza di quest’anno. Dovete sapere che anch’io faccio parte della larga schiera di docenti assunti la scorsa estate e mi sono trovata a fare l’anno di prova in una scuola di Castellammare di Stabia. Sono arrivata in un luogo che non conoscevo, in una scuola messa non proprio bene, trovando tante cose che non funzionavano benissimo e, secondo la mia prima impressione, un’apparente ostilità (ma confesso che la prima ad essere ostile ero io nei loro confronti, vedendo che le cose funzionavano in maniera così disordinata). Eravamo in tanti ad essere nuovi: 5 neoimmessi, diversi docenti che per la prima volta erano giunti di ruolo in quella scuola, alcune assegnazioni provvisorie, tutti un po’ spaesati… Persino la dirigente era neoassunta ed aveva preso servizio insieme a noi. La situazione familiare e personale di molti allievi era veramente difficile, scarsissime la disciplina e l’educazione (non solo dei ragazzi ma anche di parte del personale…). Insomma, dopo i primi giorni il mio unico pensiero era come scappare via da quella scuola. Ma, come nel film tratto dal libro Io speriamo che me la cavo, di Marcello D’Orta, ora che sta finendo l’anno e so che dovrò andar via, lascio in quella scuola un pezzo del mio cuore. Ma procediamo con ordine…

Cos’è avvenuto, dopo quei terribili primi giorni di lezione? Forse nulla di straordinario, o forse di straordinario c’era tutto. Dipende da quale punto di vista si osservano le cose… Talvolta, è semplicemente la vita ad essere straordinaria, come lo è la capacità di molti di noi di saper solidarizzare nelle situazioni difficili, la capacità degli spiriti affini di sapersi conoscere e riconoscere tra la gente. Ma mai avrei pensato di trovarne così tanti e così magnifici da poter chiamare amici, non più semplicemente colleghi, come invece è stato. Persone straordinarie che ho imparato ad apprezzare un po’ alla volta, non senza qualche incomprensione o dissapore, come è naturale che sia, ma con la volontà e la serenità di saper andare oltre. Ho riso con un gruppetto di loro fino alle lacrime, con un affetto profondo che ci ha legato; ho fatto conoscere il mio spirito battagliero che ho riconosciuto anche in tanti colleghi; ci siamo spalleggiati nelle difficoltà, abbiamo condiviso amarezze e trionfi, la gioia di veder progredire alcuni alunni difficili e il dispiacere di non riuscire ad aiutarne altri. Insomma, siamo diventati una squadra, una famiglia bella, grande e numerosa. Ho conquistato la fiducia, la stima e la simpatia di tanti alunni (insegnando in 9 classi, sono circa 200!!!) e contemporaneamente mi sono affezionata a quei ragazzi come fossero dei figli. Ragazzi pieni di energia, di dolcezza, di meraviglia ma, anche, pieni di dubbi, incertezze, insicurezza, solitudine. Ragazzi bisognosi di amore come di regole, di esempi come di conforto. Ed infine non posso dimenticare una splendida persona che ho avuto il piacere di conoscere in questo percorso, anche se ho avuto minori possibilità di contatto per via dei differenti impegni. Mi riferisco alla dirigente, una donna solare, piena di umanità ma assolutamente indomita, capace di far fronte alle numerose sfide di questa scuola con fermezza ma con giustizia e con il sorriso. Alla stima che ho provato e provo nei suoi confronti si unisce una istintiva simpatia, a pelle, una simpatia che mi fa dire “A me ‘sta donna piace proprio assai!

Potrei raccontare decine di aneddoti ma nulla renderebbe l’incanto che si è creato, anzi potrebbe banalizzarlo. Così mi fermo qui, accennando appena agli abbracci carichi di sincero affetto e alle lacrime di commozione di questa mattina, quando noi neoimmessi abbiamo terminato di presentare il nostro lavoro davanti al comitato di valutazione e abbiamo realizzato che tra pochi giorni, alla fine degli esami, quest’avventura sarà giunta al suo termine. Mi sento, ancora una volta, fortunata. La vita non finisce mai di sorprendermi e mostrarmi quanto il mondo sia ricco di persone meravigliose, nonostante tutto. E dunque, una parola sola dedicata a tutti voi, che avete incrociato per un po’ le vostre vite con la mia: GRAZIE!

Analisi del 2015

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2015 per questo blog.

Ecco un estratto:

Un “cable car” di San Francisco contiene 60 passeggeri. Questo blog è stato visto circa 1.900 volte nel 2015. Se fosse un cable car, ci vorrebbero circa 32 viaggi per trasportare altrettante persone.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

Cent’anni di solitudine… Sei mesi di noia!

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Lo so, il mio punto di vista sarà sicuramente controcorrente e molto criticato. Ciò nonostante, ritengo che ognuno debba essere libero di esprimere le proprie opinioni e i propri gusti, anche se in controtendenza e non omologati a quelli degli altri. Di norma leggo un libro in pochi giorni o, quando proprio non ho tempo, nel giro di un mese. Ebbene, per leggere questo libro ho impiegato la bellezza di sei mesi! Proprio non andava giù! Eppure ero curiosa di comprendere il perché del suo successo e come mai piacesse tanto a così tante persone che stimo profondamente. Così sono giunta fino alla fine…

Il libro narra l’epopea visionaria della famiglia Buendia, nell’arco di tempo di un centinaio di anni, e del paese immaginario fondato dal suo capostipite José Arcadio: Macondo. È una storia palesemente e volutamente esagerata, in cui prevalgono gli incesti e le passioni istintive, quasi animali, dei suoi protagonisti, che continuano a ripetere di generazione in generazione gli stessi errori, avvolti in una spirale di corsi e ricorsi, destinati ad un ineluttabile destino di profonda solitudine. Francamente, l’ho trovato morboso, angosciante ed eccessivamente centrato sul tema della morte e del perché nasciamo, viviamo e moriamo. Non lo sappiamo e, chiaramente, non lo sapremo mai. Ho pensato, dunque, che fosse inutile sottolineare questa ovvietà come fa Màrquez nel suo libro. Sembra che i suoi personaggi non abbiano la più pallida idea di ciò che fanno e del perché lo fanno, sono dei fantocci, banderuole al vento del destino. L’effetto è palesemente voluto e cercato dall’autore, per sottolineare la inevitabilità del fato che aspetta ognuno di noi. Forse è proprio il tentativo di esorcizzare le paure più profonde, quasi in maniera ossessiva, che la storia genera nei lettori, la caratteristica che tanto affascina chi legge questo libro. Per quanto mi riguarda, l’ho trovato fantasioso, cerebrale e, onestamente… noioso!


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