Il Premier e la scuola: “Genitori, fate ciò che dico, non fate ciò che faccio”.

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<<… capita a volte che quando un alunno viene redarguito da un’insegnate si tende ad essere più comprensivi nei confronti del figlio che del maestro. Bisogna invece riconoscere il ruolo sociale e dare maggiore attenzione agli insegnanti>>. Questo è quanto si apprende dall’ANSA , riguardo a ciò che avrebbe detto il Premier, presente all’inaugurazione di una scuola in provincia di Pescara. (http://www.ansa.it/abruzzo/notizie/2016/11/10/scuola-renzi-a-genitori-rispettare-insegnanti_0c8ac045-8dbc-437a-9b9c-07855b893a78.html)

Mi sentirei di rispondere al nostro Presidente del Consiglio: “Le chiacchiere stanno a zero!!!” Come può, il Governo e, quindi, lo Stato italiano, chiedere ai genitori di rispettare gli insegnanti dei propri figli, quando per primo non lo fa? I docenti italiani sono tra i più bistrattati, perché così come i genitori sono pronti a difendere i propri figli di fronte ad ogni evidenza di inettitudine e cattiva educazione, altrettanto fa lo Stato: se gli alunni non hanno voglia di studiare è perché i docenti non hanno una didattica coinvolgente e personalizzata, se sono maleducati i docenti non possono agire con provvedimenti disciplinari perché sono diseducativi (mentre essi stessi possono essere sottoposti a provvedimenti disciplinari per qualunque cosa), non si può quasi più bocciare perché anche se gli alunni sono ignoranti, magari hanno competenze sufficienti per sbrigarsela nella vita (sarebbe giusto se, poi, volessero fare gli artigiani ma, invece, pretendono di iscriversi all’università e quei genitori che hanno le giuste conoscenze smuovono mari e monti per vedere laureato un figlio ignorante, senza pensare che poi sarà un pessimo medico, avvocato, ingegnere e che la vita di qualcuno potrebbe dipendere da lui…). La Cassazione ha dato ragione a un genitore che ha denunciato un docente per aver osato dare dell’ignorante al proprio figlioletto adorato; quando quegli stessi scalmanati che vanno solo compresi si sono accoltellati fuori da una scuola, a Napoli, la colpa è stata ancora una volta attribuita agli insegnanti che non hanno saputo prevedere e intervenire in anticipo; qualunque malinteso intervenga nel rapporto scuola-famiglia, lo Stato dà quasi sempre ragione a quest’ultima che, quindi, denuncia gli insegnanti per battere cassa in periodo di crisi. Insomma, così come i ragazzi fanno i bulli perché sanno di essere spalleggiati sempre e comunque dai genitori, a dispetto di ogni evidenza, così fanno questi, assolutamente certi che i tribunali daranno loro ragione in caso di contenzioso (forse perché anche tanti giudici sono genitori che si sentono in colpa per essere poco presenti nella vita dei propri figli? ). E poi, ancora: quale considerazione ha, lo Stato, nei confronti di quegli insegnanti che vengono sbattuti in giro per tutta Italia come merci, come se non fossero degni di considerazione, defraudati della loro dignità di persone, ancor prima che di professisti, le cui famiglie si sgretolano per poi sentirsi dire, da quegli stessi governanti, che sono degli ingrati perché non apprezzano di avere, finalmente, un lavoro stabile, il cui stipendio è a stento sufficiente per mantenersi tutto il mese lontano da casa? Quale considerazione c’è, in tutto questo, quale rispetto da parte dello Stato che, ipocritamente, incita i genitori a ricordare l’importanza sociale che dovrebbero rivestire questi docenti, completamente esautorati dal proprio ruolo di educatori?

Egregio  Primo Ministro, come diceva Totò: “Ma ci faccia il piacere!”

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Donald Trump… Ma fate sul serio???

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Un uomo al quale il proprio staff impedisce di collegarsi sui social nelle ore immediatamente prima delle votazioni, per evitare che possa scrivere cavolate, e quindi ritenuto non in grado di pensare lucidamente e prendere decisioni persino da chi gli sta intorno, sarà l’uomo che dovrà prendere importanti risoluzioni per il suo Paese, con ricadute a livello mondiale? Potrà, ad esempio, decidere una guerra totale… Per dire…

Halloween non è (solo) una festa importata. Origini nostrane, feste tradizionali e folklore locale.

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A quanto pare Halloween riesce sempre più a generare polemiche tra i detrattori di questa usanza e chi, invece, caldeggia l’introduzione della “nuova” festa, tra chi addirittura vede qualcosa di demoniaco e tentazioni infernali mascherate da gioco per bambini e chi non trova nulla di male nelle mascherate carnascialesche e le richieste di dolciumi. Personalmente, non mi sento di gridare allo scandalo di fronte a tutto ciò, in quanto questa usanza è ben lungi dall’essere l’ennesima “importazione straniera”, essendo profondamente radicata anche nelle usanze del popolo latino, senza contare che non ha proprio nulla di demoniaco.

Un po’ di storia… Le popolazioni antiche erano strettamente legate ai cicli della terra, in quanto dipendevano dalle produzioni agricole e dagli allevamenti che potevano decretare la vita o la morte delle comunità. Così, quasi tutti gli antichi abitanti del continente europeo, dal bacino del Mediterraneo al Nord Europa, avevano riti propiziatori legati all’alternarsi delle stagioni ed alla fertilità dei campi e del bestiame. Per tale ragione, la fine dell’anno veniva generalmente fatta coincidere con il termine della stagione estiva e con l’inizio del periodo più freddo e più buio, quando gli allevamenti venivano ritirati dai pascoli per tenerli al riparo ed il ciclo produttivo della terra terminava. Aveva inizio, quindi, un nuovo anno, che partiva con la speranza di messi abbondanti, propiziate attraverso riti di vario genere. I latini celebravano l’arrivo del nuovo anno offrendo mele a Pomona, dea dei frutti e dei raccolti, spesso rappresentata con cornucopie stracolme di frutti e cereali, nella speranza di favorire la fertilità dei raccolti. Le celebrazioni erano tenute dai sacerdoti, i flamini pomonali, sebbene si sappia poco al riguardo. Anche altre popolazioni avevano riti simili che si celebravano la notte tra il 31 ottobre ed il primo novembre, il capodanno celtico, quando a causa del buio e del freddo si chiudevano nelle case, intorno ai fuochi dei camini, in attesa della primavera. I festeggiamenti per il nuovo anno erano conosciuti come riti di Samahain (pronunciato sau-in), che tradotto dal gaelico vuol dire “fine dell’estate”. Durante questi riti, si ringraziavano gli dei per i raccolti e la salute del bestiame avuti nell’arco dell’anno trascorso e si esorcizzava la paura dell’inverno, attraverso la celebrazione della morte. Le tradizioni spiritiche, infatti, sono molto più radicate nelle regioni agricole, dove la terra conserva ancora le suggestioni magiche. Le popolazioni celtiche credevano nella potenza magica della terra che, avendo la facoltà di resuscitare il seme che moriva in inverno, analogamente poteva resuscitare i morti. Secondo i Celti, durante Samhain, la barriera spazio-temporale tra il mondo dei vivi e quello dei morti si assottigliava, tanto da consentire agli spiriti dell’aldilà di oltrepassare il sottile velo che separava i due mondi e vagare indisturbati sulle terre dei vivi. Alla gioia ed ai festeggiamenti per la fine del vecchio anno, quindi, si univa la paura dei morti: si svolgevano sacrifici animali e si accendeva il fuoco sacro che veniva, poi, distribuito nelle varie case perché fossero protette, mentre ci si mascherava con le pelli degli animali uccisi per mettere in fuga gli spiriti maligni. In Irlanda si accendevano braci e si lasciava cibo fuori dalle case per i defunti che si fossero recati in visita presso i loro familiari affinché, soddisfatti, non giocassero loro brutti tiri. Ovviamente, tutte queste usanze si fusero tra loro grazie alle conquiste romane, sovrapponendosi. Nulla di demoniaco, dunque, come talvolta la Chiesa o suoi esponenti vogliono far credere, ma solo riti legati alla terra, ai raccolti ed agli allevamenti, ovvero alla vita stessa delle popolazioni antiche.

La Chiesa cercò in tutti i modi di eradicare le usanze pagane, demonizzate da sempre, ma questi culti erano tra i più sentiti dalla popolazione. Non riuscendo, quindi, a debellare queste usanze, papa Gregorio III spostò la celebrazione della festa di Ognissanti dal 13 maggio al 1 novembre 609, a Roma, per contrastare il culto di Pomona. Nel IX sec., papa Gregorio IV ufficializzò tale data estendendola a tutti i territori cristiani, sperando di debellare i riti di Samhain. Il nome Halloween, infatti, deriva dalla contrazione dei termini All Hallow’s Eve (oppure Even), dove Hallow è un termine inglese antico che vuol dire Santo, mentre Eve vuol dire Vigilia (ed Even vuol dire Sera): quindi Vigilia (o Sera) di Tutti i Santi. Nelle popolazioni di origini celtiche, infatti, la Vigilia (o per meglio dire la notte) ha una valenza superiore al giorno dedicato alla festa (è così anche per il Natale ed il Capodanno, ad esempio). Poiché, però, neanche la festa di Ognissanti riuscì ad evitare i riti tradizionali, la Chiesa fu costretta ad aggiungere, nel X sec., il giorno della Commemorazione dei Morti, il 2 novembre, cercando ancora una volta di confondere le acque e trasformare i riti pagani in riti cristiani. Dopo tutto, non sono stati anche trasformati gli antichi dei pagani in Santi, perché era l’unico modo per confondere i popoli ignoranti e convertirli al cristianesimo?

E’ stato solo nel XIX sec. che, a seguito di una terribile carestia, molti irlandesi abbandonarono le loro terre ed emigrarono negli Stati Uniti, portando con sé le proprie tradizioni, tra le quali la celebrazione di Halloween, che si diffuse presto nella popolazione americana, sempre aperta ad accogliere e trasformare (diciamo anche a snaturare) talune usanze degli immigrati europei, facendo perdere il significato originario dei riti per trasformali in eventi commerciali e goderecci. Grazie al cinema ed alla televisione, tali usanze si sono diffuse e sono tornate indietro nei paesi di origine, con l’effetto di una cassa di risonanza, anche laddove questi festeggiamenti erano stati abbandonati e perlopiù dimenticati, a causa della presenza massiccia della Chiesa, come in Italia, o dove non erano mai esistiti.

A dimostrazione che in Italia questa non è una tradizione (solo) importata, vi sono le usanze nostrane che ancora persistono dalla notte dei tempi…

  • Nel celebrare la commemorazione dei defunti, una tradizione vuole che i primi Cristiani vagabondassero per i villaggi chiedendo un dolce chiamato “pane d’anima”; più dolci ricevevano e maggiori erano le preghiere rivolte ai defunti del donatore (una tradizione, quindi, molto simile a quella degli antichi druidi e sacerdoti pagani dell’Europa pre-cristiana). Le Ossa di Morti, infatti, sono biscotti ripieni di mandorle e nocciole. A seconda della zona  questi deliziosi dolcetti possono essere chiamati Stinchetti dei morti (Umbria),  Dita d’Apostolo (Calabria) oppure Fave dei Morti.
  • In alcune zone del Paese si è soliti lasciare un lume acceso, dell’acqua fresca  e del pane per permettere alle anime dei morti in “visita” al mondo terreno  di ristorarsi.
  • In Val d’Aosta, le famiglie più rispettose della tradizione lasciano  la tavola imbandita mentre sono in visita al cimitero.
  • A Treviso si ricorre mangiando delle focacce particolari chiamate i morti vivi.
  • In Friuli e Veneto era diffusa la tradizione di intagliare zucche con fattezze di teschio (dette lumère, suche baruche o suche dei morti), e la credenza che nella notte dei morti questi potessero uscire dalle tombe, muoversi in processione, irretire i bambini, e infine che gli animali nelle stalle potessero parlare.
  • Sempre in Friuli era diffusa una tradizione simile a quella del “dolcetto o scherzetto”, ma applicata nelle festività natalizie o carnevalesche, feste che hanno pure origine come riti di passaggio d’anno, similmente a Halloween. In queste occasioni i bambini, eventualmente travestiti da figure spaventose e mostruose, potevano bussare di porta in porta recitando filastrocche il cui significato era quello di chiedere dolci, noci o piccoli regali, in cambio di un augurio rivolto all’interlocutore di accedere al paradiso.
  • Nelle campagne lombarde si sistemano  coperte e lenzuola, affinché i defunti possano riposarsi in tranquillità. L’uso di intagliare le zucche e illuminarle con una candela si ritrova, inoltre, anche in Lombardia e in Liguria, ad esempio nella cultura tradizionale di Riomaggiore nelle Cinque Terre, così come in Emilia ed in generale in tutta la pianura padana, dove si svuotavano le zucche e si usavano come normali lanterne illuminate da candele, venivano poste nei borghi più bui e vicino ai cimiteri e alle chiese. A Parma tali luci prendono il nome di lümera.
  • Nelle campagne dell’Emilia Romagna, i contadini la sera si chiudono dentro casa e non escono sino al mattino dopo: la Piligrèna stava ad indicare i fuochi fatui, pallide luci a forma di fiammelle visibili prevalentemente di notte e veniva associata, tra le varie interpretazioni, alle anime dei poveri defunti e alle anime perse del Purgatorio. La notte del 31 ottobre, a Lugo di Romagna, si assiste ancor oggi al rogo della Piligrèna. A Reggio Emilia, si festeggia mangiando dolci chiamati favette o ossa dei morti, biscotti dolci di pasta alla mandorla e ossa di zucchero aromatizzate e colorate. Si dice che mangiare tali dolciumi porti bene in quanto richiamano la protezione dei morti cari, in modo che possano proteggere dalla rigidezza dell’inverno.
  • L’uso delle zucche era ben presente anche nella cultura contadina della Toscana fino a pochi decenni fa, nel cosiddetto gioco dello zozzo (in alcune parti noto come morte secca). Nel periodo compreso tra agosto e ottobre si svuotava una zucca, le si intagliavano delle aperture a forma di occhi, naso e bocca ed all’interno si metteva una candela accesa. La zucca veniva poi posta fuori casa, nell’orto, in giardino ma più spesso su un muretto, dopo il tramonto e per simulare un vestito le si applicavano degli stracci o addirittura un abito vero e proprio. In questo modo avrebbe avuto le sembianze di un mostro provocando un gran spavento nella vittima dello scherzo, in genere uno dei bambini, mandato fuori casa con la scusa di andare a prendere qualcosa. Nella provincia di Massa Carrara la giornata è l’occasione del bèn d’i morti, con il quale in origine gli estinti lasciavano in eredità alla famiglia l’onore di distribuire cibo ai più bisognosi, mentre chi possedeva una cantina offriva ad ognuno un bicchiere di vino. Ai bambini veniva inoltre messa al collo la sfilza, una collana fatta di mele e castagne bollite. Nella zona del monte Argentario era tradizione cucire delle grandi tasche sulla parte anteriore dei vestiti dei bambini orfani, affinché ognuno potesse metterci qualcosa in offerta, cibo o denaro. Vi era inoltre l’usanza di mettere delle piccole scarpe sulle tombe dei bambini defunti perché si pensava che le loro anime tornassero in mezzo ai vivi.
  • Nel Lazio del nord la zucca intagliata ed illuminata veniva a volte chiamata La Morte.
  • In Abruzzo era tradizione scavare e intagliare le zucche e porvi, poi, una candela all’interno per utilizzarle come lanterne.
  • In Campania, in questi giorni, nessuno si sogna di fare a meno del Torrone dei Morti che si può trovare in gusti e consistenze diversi.
  • A Orsara di Puglia (FG) si festeggia il Fucacost (fuoco fianco a fianco), dove l’antichissima tradizione vuole che si accendano dei falò davanti a ogni casa (in origine di rami secchi di ginestra) che dovrebbero servire ad illuminare la strada di casa ai nostri cari defunti (in genere alle anime del purgatorio) che in quella notte tornano a trovarci. Sulla brace di questi falò, poi, viene cucinata della carne che tutti mangiano in strada assieme ai passanti. Nella giornata dell’1 novembre, nella piazza principale, si svolge la tradizionale gara delle zucche decorate (definite le cocce priatorje – le teste del purgatorio). A San Nicandro Garganico (FG) l’1 novembre è usanza andare di porta in porta a chiedere un’offerta. I bambini bussando alla porta recitano la filastrocca “damm l’anma i mort, ca snnò t sfasc la porta” (dammi l’anima dei morti, altrimenti butto giù la porta). Questa usanza ricorda molto quella del dolcetto o scherzetto, tipica dei paesi anglosassoni. A Massafra (TA) gli anziani raccontano che la notte del 31 ottobre l’aneme du priatorie (anime del purgatorio) lasciano il cimitero e percorrono in processione le vie del centro storico usando il pollice a mo’ di candela e raggiungendo le chiese per celebrare la messa dei morti. Se incontrano qualcuno per strada lo portano con sé. La tradizione popolare vuole che un tale mentre si recava al lavoro all’alba vide che in chiesa c’era la messa e vi entrò. Al termine della messa quando il prete si girò per la benedizione, si accorse che era senza naso. Solo allora si rese conto che tutti quelli che erano intorno a lui erano morti e fu sopraffatto. Le anime del purgatorio erano molto rispettate dagli anziani tanto che a loro era dedicato un posto a tavola con tanto di posate e tovagliolo. Esse rientrano nel cimitero la notte dell’Epifania.
  • A Serra San Bruno, in Calabria, vi è la secolare tradizione del Coccalu di muortu: i ragazzini, dopo aver intagliato una zucca riproducendo un teschio (in dialetto serrese, appunto, Coccalu di muortu), gironzolano per le vie del paese tenendo in mano la loro creazione e, bussando agli usci delle case oppure rivolgendosi direttamente alle persone che incontrano per strada, esordiscono con la frase: “Mi lu pagati lu coccalu?” (“Me lo pagate il teschio?”).
  • In Sicilia, durante la notte di Ognissanti, la credenza vuole che i defunti della famiglia lascino dei regali per i bambini insieme a dolci caratteristici: i Pupi di zuccaro (bamboline di zucchero) e la Frutta  martorana, preparata con la pasta di mandorle, detta anche pasta reale.
  • In Sardegna i bambini girano di porta  in porta per chiedere delle offerte per i morti e ricevono in dono pane, fichi secchi,  mandorle e dolci.  In Sardegna è conosciuta nel Sud come Is Animeddas (Sarrabus) o Is Panixeddas; in Ogliastra come Su Prugadoriu; nel Nuorese come Su mortu mortu, Sas Animas o Su Peti Cocone (Orosei). È una tradizione antichissima e prevede che i bambini si rechino di casa in casa per chiedere di fare del bene per le anime dei morti attraverso richieste di doni usando frasi di rito come “Mi ddas fait is animeddas?” (“mi fa le piccole anime?”) o “Carchi cosa pro sas animas” (“qualcosa per le anime”). I bambini che bussano alle porte si presentano nel Nuorese come sos chi toccana (“quelli che bussano”). Caratteristiche simili a Halloween si riscontrano anche nel Nord dell’isola, nell’antica festa di Sant’Andrea celebrata a Martis e in altri comuni dell’Anglona e del Goceano: la notte del 30 novembre gli adulti vanno per le vie del paese percuotendo fra loro graticole, coltelli e scuri allo scopo di intimorire i ragazzi e i bambini che nel frattempo vagano per le strade con delle zucche vuote intagliate a forma di teschio e illuminate all’interno da una candela. I giovani, quando vanno a bussare nelle case, annunciano la loro presenza battendo coperchi e mestoli e recitando una enigmatica e minacciosa filastrocca nella locale parlata sardo-corsa Sant’Andria muzza li mani!!… (“Sant’Andrea mozza le mani”) ricevendo in cambio, per questa loro esibizione, dolci, mandarini, fichi secchi, bibite e denaro.

Per concludere, quindi, ricordiamo che le ricorrenze legate ai morti riguardano tutto il mondo contadino, di ogni epoca e luogo, e non vi è proprio nulla di diabolico, in questo; semmai, hanno valore scaramantico ed apotropaico. Da oltreoceano è giunta solo l’amplificazione di tipo esibizionistico e commerciale che tipicamente stravolge il significato di ogni tradizione che giunge negli Stati Uniti: non è forse diventato una festa commerciale anche il Natale, oramai basato  su luci, regali, pranzi, abeti e su Babbo Natale, proprio grazie ai film americani? Perché, allora, scandalizzarci tanto per lo stravolgimento dei riti legati al nuovo anno agricolo-pastorale e non per quello legato alla nascita di Gesù?

Allora, semplicemente, accettiamo le trasformazioni delle feste ad opera di quei “bambinoni” troppo cresciuti e decisamente autoreferenziali degli americani, gustiamoci i festeggiamenti come sono diventati ora, senza dimenticarne il significato profondo ma senza demonizzarne il lato goliardico e, soprattutto, godiamoci la festa!!!

Buon Halloween a tutti! 👻🎃🍬

Risotto con baccalà, peperoni e zucca

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Oggi vi propongo un’invenzione fresca fresca, ideata e preparata proprio ieri. Si è rivelata un successo! Avevo ospiti a pranzo e mi sono voluta sbizzarrire…

Ho rosolato il battuto di cipolla nell’olio extravergine d’oliva mentre a parte preparavo il brodo vegetale (rigorosamente senza dado). Quando le cipolle si sono appassite, ho aggiunto la zucca in dadi e, dopo un poco, i peperoni gialli a striscioline ed il baccalà a pezzi, privato di pelle e spine. Una volta rosolati, dopo che l’acqua di cottura si è asciugata, ci ho aggiunto il riso basmati, che è un po’ delicato e non deve cuocere tanto ma che trovo delizioso; l’ho fatto rosolare un po’ e poi ho sfumato col vino bianco. Una volta evaporato il vino, ho lasciato cuocere aggiungendo un poco alla volta il brodo. A cottura quasi ultimata, ho mantecato con una noce di burro e una spruzzata di parmigiano e, spenta la fiamma, ho aggiunto basilico fresco e servito in tavola.

Assolutamente da rifare, garantito!!! 🍽️

Scuola: Finlandia Italia 3-0? Vediamo…

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Aula scolastica finlandese
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Aula scolastica italiana

 

Da un po’ di tempo si polemizza sulla didattica italiana e la si confronta col modello finlandese, che pare essere uno dei migliori al mondo per risultati culturali.

Alcuni dei punti forti di tale polemica, ultimamente, pare siano quello dei compiti assegnati a casa, quello dell’abbandono scolastico ed infine dell’aumento del divario tra le classi sociali. Ho letto attacchi di ogni tipo e recriminazioni su quanto siano scarsi e poco competitivi i risultati della scuola italiana rispetto ad altri modelli. Si pongono in evidenza, però, tutti i punti deboli del nostro sistema educativo in maniera acritica e strumentale. Vediamo, dunque, step-by-step le varie differenze tra il sistema italiano e quello finlandese e cerchiamo di trarne le dovute valutazioni…

Finlandia                                                                                

  • Ore settimanali di compiti a casa: 3
  • Scarsa disparità di competenze tra studenti
  • Non aumenta il divario sociale tra studenti
  • Abbandono scolastico: 0,3%

Italia

  •  Ore settimanali di compiti a casa: 7
  • Disparità di competenze tra studenti
  • Aumenta il divario sociale tra studenti
  •  Abbandono scolastico: 15%

Questi solo alcuni dei punti in discussione, in quanto l’elenco potrebbe essere molto più lungo. Andiamo ad analizzare, allora, le differenze tra i due sistemi scolastici in questione, cercando di valutare criticamente i dati.

  1. Il sistema scolastico finlandese si confronta con una popolazione di 5 milioni di abitanti mentre quello italiano si confronta con una popolazione di 60 milioni di abitanti, con maggiori differenze socio-economiche ed una forte presenza di immigrati che comporta determinanti differenze culturali, che la Finlandia non ha;
  2. Le scuole finlandesi godono di strutture innovative, laboratori e materiale mentre le scuole italiane sono troppo spesso fatiscenti, ospitate in edifici non creati allo scopo e inadatti a tale uso;
  3. Libri, materiale didattico ed occorrente sono forniti agli studenti, gratuitamente, dalla scuola finlandese mentre in Italia, troppo spesso, non ci sono i soldi nemmeno per l’acquisto della carta igienica e gli studenti e le loro famiglie devono provvedere a fornire il materiale didattico necessario ai propri figli;
  4. In Finlandia gli studenti restano a scuola mediamente 8 ore al giorno, con mensa gratuita, e possono svolgere tutte le attività didattiche all’interno della scuola, invece in Italia gli studenti restano a scuola mediamente 6 ore al giorno, senza mensa, mentre chi fa il tempo prolungato deve pagare per mangiare a scuola;
  5. Le classi, in Finlandia, non possono superare il numero di 18 studenti, mentre in Italia ancora troppo spesso si raggiunge il numero di 26/30 alunni per classe;
  6. In Finlandia ai docenti sono garantiti uffici all’interno delle strutture scolastiche, attrezzati con computer ed altro, le ore di lavoro sono fisse, comprendono anche le attività di formazione e non prevedono, come in Italia, lavoro extra non retribuito e non quantificabile da aggiungere alle ore impiegate per lo svolgimento delle attività didattiche, per riunioni, ricerche da svolgere a casa, correzione dei compiti, formazione obbligatoria non retribuita ecc.;
  7. La Finlandia investe economicamente molto per le risorse umane e la formazione scolastica mentre l’Italia legifera imponendo standard difficilmente raggiungibili ma abbandona le scuole ed i docenti a sé stessi quando si tratta di “mettere mano alla tasca”;
  8. Lo stipendio medio del docente finlandese è superiore a quello del docente italiano ed il prestigio e la considerazione del lavoro sono di gran lunga superiori a quello dei nostri docenti;
  9. Gli allievi delle scuole finlandesi hanno rispetto per i propri docenti, perché anche le loro famiglie rispettano il lavoro degli insegnanti, gli allievi italiani invece usano spesso il turpiloquio, ignorano deliberatamente i propri docenti e talvolta vengono alle mani in classe, perché le famiglie per prime svalutano il lavoro degli insegnanti;
  10. Per concludere, mentre in Finlandia, come si è detto, i docenti godono di uno status sociale molto elevato, il governo italiano in primis non fa che criticare i propri docenti, svalutandoli agli occhi dell’opinione pubblica, comportandosi proprio come quei “cattivi docenti” di cui tanto parla che, invece di aiutare i propri alunni a crescere rafforzando l’autostima e, di conseguenza, la voglia di fare sempre di più e sempre meglio, non fa che bacchettarli ed umiliarli pubblicamente, autorizzando in tal modo le famiglie a sostituirsi troppo spesso agli insegnanti, entrando nel merito delle metodologie didattiche intraprese, generando nei propri docenti frustrazione, depressione e sindrome da burnout che, certamente, non giovano alla produttività ed alla qualità dell’insegnamento.

Un’ultima considerazione da fare è che, con le nuove normative italiane, si sta introducendo una sorta di divieto alla bocciatura, per cui gli studenti sono autorizzati a non studiare, a non seguire le lezioni, a litigare tra di loro in classe e fuori, a non avere disciplina né rispetto per alcun tipo di regola. I docenti sono completamente esautorati ed abbandonati a sé stessi ed il loro lavoro è reso vano da queste nuove regole: se si interviene troppo spesso sulla disciplina si deve bocciare ma, poiché non si può più bocciare, non si può intervenire, così i ragazzi italiani, diseducati già dalle loro famiglie, possono arrivare a fare qualsiasi cosa in classe, senza che i docenti possano intervenire più di tanto, pena interventi delle famiglie e rischio di sanzioni disciplinari; ma se gli studenti troppo vivaci si fanno male a scuola, perché davvero maleducati, il docente è ritenuto responsabile e ne deve pagare le conseguenze civili, penali e disciplinari. Le famiglie sono diventate incapaci di educare i propri figli e pretendono che lo facciano i docenti ma, poi, li tacciano di eccessiva severità nei confronti dei propri “angioletti” e di essere incapaci ed incompetenti.

Insomma, pare che siano tutti bravi ad evidenziare quanto deprecabile sia il sistema didattico-educativo italiano rispetto a quello degli altri paesi, senza minimamente far notare quanto sia difficile insegnare in questo Paese, o quanto poco faccia l’Italia per il proprio sistema scolastico, non erogando fondi e pretendendo, tra l’altro, che i propri insegnanti dimentichino di avere anche una famiglia! Nelle condizioni in cui sono costretti a lavorare, i docenti italiani fanno anche troppo… Chapeau!

Per maggiori approfondimenti:

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La scuola italiana e la scuola finlandese: due sistemi a confronto

Compiti a casa: a Shanghai 14 ore a settimana, in Italia 7, in Finlandia 3. Servono?

Arabafelicissima: perché?

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Recentemente mi è stato chiesto il perché del nome del mio blog. Ora ve lo spiego.

Nella vita di ognuno di noi capita di incorrere in traversie ma non tutti ne usciamo allo stesso modo. C’è chi non riesce più ad uscirne, chi ne viene fuori con le ossa rotte, chi cerca sempre di stare a galla e barcamenarsi, chi non ha il coraggio di fare scelte difficili ma necessarie, chi osa (talvolta va bene, tal altra male ma almeno non resta immobile), chi cambia la propria vita. Io sono stata per molto, troppo tempo immobile, bloccata, senza riuscire a prendere decisioni che potessero dare una svolta alla mia vita, in un modo o nell’altro, spaventata da ciò che poteva accadere. Ho lasciato che mi terrorizzassero. Fino a che… Ho detto basta! Ho dato un taglio netto col passato (non senza difficoltà e dolore o ripensamenti), e la mia vita è migliorata. Non perché guai non ce ne siano più (quelli purtroppo non mancano mai) ma per la semplice ragione che per la prima volta ho preso decisioni mie e solo mie, contro tutto e contro tutti, cercando di seguire finalmente i miei bisogni e, di conseguenza, quelli delle mie figlie (non esistono figli felici con madri frustrate e insoddisfatte). Sono diventata il comandante del mio vascello, la mia vita, e navigo sicura e decisa in acque talvolta calme, altre volte in tempesta, facendo attenzione e riflettendo ma senza più tentennamenti o timori inutili.

E mi sono resa conto di essere rinata dalle mie ceneri, come la mitologica araba fenice ed essere, finalmente, felice. Anzi, di più: felicissima!!! 😊

Neutralità: sinonimo di indifferenza

albertaistein

Trovo che la frase attribuita ad Einstein sia la sintesi perfetta di ciò che intendo dire.

Stamattina mi sono svegliata così, con questi pensieri, domandandomi come possano le persone cosiddette “perbene” lasciare che tutto accada, nella loro completa indifferenza. Poi mi sono accorta che, in fin dei conti, anch’io ero così fino a non molto tempo fa, fino a quando cioè non ho sperimentato la crudeltà sulla mia persona e sulle mie figlie, nell’indifferenza generale: non solo dei cosiddetti amici ma, addirittura, della mia famiglia. Tutti presi nel dire: <<Vabbé ma sono cose vostre, noi non c’entriamo, siamo amici di tutti, una cosa non c’entra con l’altra… >>. Tutti concentrati nel cercare di sembrare super partes e buoni ad ogni costo, civili laddove civiltà non ve n’è, tutti gran signori. Ma allora la domanda è: cosa vuol dire essere persone di sani principi, persone serie e corrette? Accettare le peggiori aberrazioni degli “amici” nei confronti di altri (tanto a loro non tocca) e addirittura compatirli per le follie se non appoggiarle, dimostrando così la loro amicizia? Conosco questo modo di pensare, per tanti anni è stato anche il mio: <<In fin dei conti non è cattivo/a, sta solo passando un brutto momento. Passerà! Intanto io resto vicino: non sia mai detto che non sono una vera amica, che abbandono nel momento del bisogno chi ha sbagliato>> e, così facendo, ho giustificato i soprusi sui più deboli. Ma quando sono diventata così? A 15 anni ero Don Chisciotte, mi ergevo a paladino dei deboli, fregandomene del politicamente corretto per combattere contro le ingiustizie. Poi, un poco alla volta, mi sono persa, mi sono adeguata alla mentalità della massa civilmente ipocrita che mi circondava, che mi diceva <<Chi te lo fa fare? Tanto tu combatti e nessuno ti segue. Tutti che ti dicono di andare avanti tu per prima per poi lasciarti sola. Non è meglio farsi i fatti propri e campare tranquilli? Avere buoni rapporti con tutti ed un sorriso (ipocrita) davanti a tutti e tutto. Questa è l’amicizia, il vivere civile, il compromesso>>. E mi sono persa… Per poi riaprire gli occhi, gradualmente, dopo trent’anni, dopo aver deciso di fregarmene di chi fa battutine e sorrisini di condiscendenza alle mie spalle senza accorgersi che non è degno di camminare a testa alta. Io mi sono ripresa lentamente quella dignità, e non sono più disposta a barattarla con la “neutralità”, ho scoperto che posso smettere di voler bene alle persone che non sono quelle che credevo. E allontanarle dalla mia vita. Ho selezionato o trovato amici veri, sempre vicini e mai ipocriti, a prescindere dalla “convenienza”, pronti anche a dirmi all’occorrenza che sbaglio. Ma anche pronti a difendermi a spada tratta. E così faccio io con loro. Senza inutili paranoie.

Ma poi, cosa vuol dire neutralità? Siamo davvero sicuri che sia una cosa buona, una cosa lodevole? O è solo codardia ed indifferenza? Ad esempio: se un’amica percuotesse quotidianamente i figli, in maniera brutale, sarebbe giusto provare solo garbatamente a parlargliene e, non vedendo alcun cambiamento, fingere di niente e continuare a considerarla amica? Magari dicendo che, a parte questo difetto, è una brava ragazza e le si vuol bene? Ma allora quali sono le cattive persone? Come si fa ad accettare una cosa del genere e continuare a considerare quella persona degna della propria amicizia? Come si può dimenticare il benessere di quei bambini, seviziati nell’indifferenza generale, anche di chi dice di amarli? Oppure: quante coppie si separano? C’è chi lo fa in maniera più o meno civile (pochi, purtroppo) e chi inizia a tormentare in maniera evidente e persistente ex coniuge e figli, privatamente e pubblicamente, per punirli, creando loro seri problemi, psicologici e perfino fisici. Cosa fanno gli amici e, spesso, anche i parenti? Ne restano fuori, sono cose che non li riguardano: <<In fin dei conti sono fatti vostri, noi siamo amici di entrambi, non ci riguarda>> e, intanto, gradualmente, allontanano la parte vessata, debole (dando di quando in quando il finto contentino di una telefonata per mostrare la propria buona fede sempre e comunque, perché loro sono “buoni”, sono “amici”) per non diventare anche loro bersaglio del prepotente di turno o per non sembrare incivili. Non sia mai detto! Come si può continuare a frequentare persone prive di qualsiasi senso morale? A mio avviso, vuol dire non avere dignità! Qual è il confine tra discrezione e indifferenza? E così si continua a giustificare e perpetrare quest’ultima.

Ma lo stesso discorso si può fare per gli Stati neutrali. Non combattono, non entrano mai in guerra, si fanno i fatti loro e prosperano mentre gli altri si scannano. Di fronte a repressioni sanguinarie, dittature, popolazioni intere che soffrono non intervengono, si voltano semplicemente dall’altra parte e non guardano, fingendo che non accada mai nulla. E si sentono migliori, superiori solo perché non fanno la guerra a nessuno, non si sporcano le mani? Talvolta è solo con la guerra e le rivoluzioni che si possono ottenere la pace ed i diritti umani, combattendo per ciò in cui si crede, per schierarsi dalla parte dei più deboli e indifesi.

(Purché, ovviamente, pace e diritti della persona non siano utilizzati come scusa per coprire fini ed interessi reconditi delle azioni belliche…)